33 - Raffaele Gaito

Raffaele Gaito

@duplikey

Growth Hacker e blogger: la sperimentazione continua per far crescere un business

Ci racconti in un breve tweet chi sei e cosa fai?

Mi chiamo Raffaele, sono salernitano, classe ‘84, vivo a Londra, sono di base un curioso e uno sperimentatore. Ho avuto il piacere e la fortuna di fare di questa cosa il mio lavoro: io oggi per lavoro insegno ad aziende, professionisti e startup come innovare e sperimentare con metodo attraverso la metodologia del growth hacking. 

Definisci il growth hacking come la sintesi perfetta del tuo background tecnico, la passione per il marketing e la tua propensione al business. Hai voglia di spiegarci chi è il growth hacker?

Spesso si fa l’errore di affiancarlo al marketing, in realtà sono due discipline diverse. Le aziende che oggi fanno growth hacking hanno al loro interno un reparto marketin e uno di growth hacking. Le aziende di ogni dimensione e tipologia hanno bisogno di sperimentare per crescere e, ad oggi, sopravvivere. Il mio motto, che è anche il sottotitolo del mio libro è “non esiste innovazione senza sperimentazione”. Tu puoi sperimentare in maniera casuale o decidere di farlo con metodo: il growth hacking te lo fa fare con metodo. Per le aziende che in questo periodo storico vogliono adattarsi e trasformarsi, il growth hacking dà una metodologia che permette di farlo in maniera strutturale con processi, strumenti e modelli. Lo fa con la caratteristica di avere un approccio molto data driven. 

Parlando in dizionario da startup è collegato al metodo lean e agile?

Esatto, hanno le stesse origini. Il growth hacking attinge alle basi del mondo lean e agile: sono tutte metodologie che vanno a pescare da Toyota negli anni ‘70. In comune hanno il fatto di essere cicli iterativi con feedback continuo del cliente, molto veloci, orientate ai dati. Ciò che cambia è il contesto nel quale lo andiamo a calare: mentre la metodologia lean serve in una fase iniziale di un’azienda e permette di validare il modello di business, quando questa fase è finita allora si usa lo stesso approccio per fare qualcosa di diverso ed entra in gioco il growth hacking. 

È una metodologia che quindi può essere utilizzata sia a realtà più piccole che più strutturate?

Sì, è diffusissimo anche nel mondo corporate. L’hanno adottato brand come Coca Cola, Kellog’s, Colgate, che non hanno a che fare con il digitale, l’hi-tech e non sono decisamente startup. 

Quali caratteristiche deve avere un professionista per potersi approcciare a questo mondo?

Ci sono sicuramente testi e guru di riferimento. La parte importante, più che il trucchetto, la strategia e i tecnicismi, è che tu cambi le aziende se prima cambi la testa delle persone che ci lavorano dentro. Nel mio secondo libro, infatti, mi sono concentrato più sulla parte di mindset. I riferimenti sono tantissimi, c’è moltissimo materiale anche in italiano,  anche blog, podcast gratuiti per provare ad appassionarsi alla materia. Poi si può iniziare a prendere dei libri, fare dei corsi e così via. La formazione è un processo che si fa un passo per volta. 

Oggi chi non si forma si ferma, dici anche tu…

Da questo punto di vista, viviamo in una delle epoche più belle di sempre: abbiamo accesso all’informazione infinita, gratuita o a costo bassissimo. Non formarsi fa perdere la più grande chance di questa era. 

Se io fossi un imprenditore, con un background alle spalle, come vedo i miglioramenti e le potenzialità del growth hacking applicati? Quali sono i risultati tangibili?

Parliamo di sperimentazione, quindi zero promesse. Chi fa promesse mente! Il growth hacking è innovazione: non si può prevedere, schedulare. Si procede per tentativi. Però, soprattutto in questo periodo, se non si fanno questi tentativi si muore. La sperimentazione, l’innovazione è qualcosa che bisogna fare prima di averne bisogno. Perchè un giorno arriverà un problema di qualsiasi tipo, e allora ti troverai con gli strumenti giusti per affrontarlo. O sperimenti o muori, è darwiniano: va avanti chi è in grado di adattarsi e trasformarsi. E questa è la vera capacità imprenditoriale di guardare al futuro. Ed è vero che questo è il momento perchè tutte le aziende imparino a ragionare come startup. 

Questa tendenza può rientrare nel tema della multipotenzialità? 

Assolutamente! Riassumendo con un’espressione di Emilie Wapnik “l’innovazione nasce nelle intersezioni” e questa è la multipotenzialità: intersezione di discipline, di passioni, di esperienze e competenze. È il concetto alla base della creatività e del pensiero laterale. Non si cresce circondandosi di persone uguali a te o leggendo sempre gli stessi contenuti. Il pensiero laterale viene stimolato quando ti contamini, quanto ti metti dentro ad un meltingpot di persone con competenze e visioni diverse. È certamente un tema legato ad innovazione e sperimentazione. In Italia tendiamo ancora un po’ troppo alla verticalità, che serve comunque, ma bisogna stare attenti a non vivere con i paraocchi. 

Quali sono i tuoi tre luoghi della crescita professionale? 

Sicuramente San Francisco, è inevitabile: la Valley è come Disneyland. Ha impattato perchè ho visto con mano le cose che leggevo e guardavo su YouTube e ho visto come funziona il business da quelle parti, anche se è una visione molto lontana dalla mia. Amsterdam perché in Europa è la patria del growth hacking e il posto più grosso dove è stato applicato per primo con molte academy. Sul terzo sono indeciso tra Milano e Barcellona perchè sono entrambi place to be per l’innovazione. 

Dei consigli o dei punti dai quali partire per startup che vogliono innovarsi?

Sul mio blog trovate tutti i libri consigliati, in base alle esigenze. Come consigli, intanto è fondamentale l’approccio orientato ai dati: toglietevi dalla testa di fare business con l’intuito e le decisioni di pancia. L’esperienza guarda al passato e per innovarsi non è sufficiente, anzi è pericoloso. Poi mettete il cliente al centro: tutto il vostro business deve essere costruito e pensato attorno alle persone. Il terzo è puntare tutto sul customer care: è il nuovo vantaggio competitivo, soprattutto per i più piccoli. L’assistenza è diventato quasi un costo da esternalizzare, io vi dico di andare controtendenza e di puntare tutto su questo. Fate sentire le persone coccolate per fare la differenza e distaccarvi dai competitors più grandi di voi. 

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