22 - Martina Pacilli

Martina Pacilli

Martina Pacilli

Responsabile comunicazione di Fondazione Italia Uganda

Raccontaci chi sei in un Tweet

Sono Martina Pacilli, responsabile della comunicazione di Fondazione Italia Uganda, mi occupo di raccontare cosa fa la Fondazione in Uganda alle persone qui in Italia. 

TMP Group si occupa anche di tutto l’ambito del no-profit e oggi abbiamo voluto intervistare te Martina come esempio di comunicazione digitale in quest’ambito. Come nasce Fondazione Italia Uganda?

Fondazione Italia Uganda innanzitutto nasce per continuare l’opera di Padre Giovanni Scalabrini, un missionario che ha vissuto in Uganda per più di 50 anni. Prima che lui morisse, si voleva cercare di portare avanti il suo progetto. Il modello di sviluppo che porta avanti è quello di investire nelle giovani generazioni e talenti, nella loro educazione e salute affinché portino un valore aggiunto nella loro comunità di appartenenza e possano in questo modo contribuire loro stessi allo sviluppo della propria comunità e più in grande, si spesa, dell’Uganda in generale. 

Spesso non si sa bene cosa voglia dire aiutare le giovani generazioni, ci spieghi la condizione attuale di un giovane e le sue prospettive in Uganda?

Dove operiamo noi, in una parte di Kampala, la capitale, è una zona particolarmente povera: sono principalmente baraccopoli dove i ragazzi e le loro famiglie vivono in insediamenti informali fatti, di solito, di lamiera. La speranza di un ragazzo non è certo quella di andare a scuola ma di riuscire magari a lavoricchiare od entrare in qualche banda criminale che gli permetta di avere qualche soldo alla fine del mese e quindi di base la loro vita quotidiana si svolge in strada. Le famiglie entrano in giri di narcotraffico o criminalità. 

Tu hai visto dal vivo questa realtà, giusto?

Sì sono stata giù due volte da quando ho iniziato a lavorare per Fondazione e ho fatto un mese e un mese. L’impatto emotivo è molto forte e io sono particolarmente appassionata della parte delle baraccopoli come tipo di povertà, diversa da quella rurale. Qui è più criminale e l’impatto emotivo è sicuramente più forte. C’è una struttura che ha l’ambizione di essere la città ma non lo è, per cui tutti si trasferiscono e alimentano queste baraccopoli che diventano sempre più grosse, sperando di riuscire ad entrare nei meccanismi della città che porta soldi e reddito, senza farcela. 

La Fondazione si è inventata quindi uno strumento per questo, che è Praise. Che cosa fa?

Praise è l’ultimo strumento di Fondazione Italia Uganda che ha come obiettivo quello di portare il sostegno a distanza nel panorama digitale. Normalmente il sostegno a distanza funziona che ci si registra, si riceve un foglio che qualifica il fatto che si sostiene un bambino a distanza e poi ogni tot si riceve via posta, cartaceo, tutta una serie di documenti che raccontano la vita del bambino. Noi abbiamo cercato di portare tutto questo dentro la tecnologia e fare una piattaforma totalmente online. Tutti i contenuti che riguardano il bambino arrivano interamente online. Totale trasparenza e un arricchimento di contenuti. Riusciamo a caricare aggiornamenti più o meno una volta a settimana dall’Uganda. Accorcia le distanze!

Parliamo un po’ di te. Quali sono i tre luoghi che hanno caratterizzato la persona che sei oggi?

Il primo è sicuramente è un posticino del Messico a tre ore da Acapulco, in mezzo alla foresta, dove sono andata quando avevo 19 anni: ho trascorso un mese in mezzo alla popolazione indigena, un popolo mixteco, vivendo come vivevano loro. Mi lavavo nel fiume, non c’era elettricità. Questa esperienza pazzesca ha cambiato ed indirizzato la mia vita. Tornata da questo viaggio ho deciso che avrei studiato e fatto cooperazione internazionale. 

Il secondo luogo è un paesino piccolino della Svezia dove ho vissuto per quasi 7 mesi, ci ho fatto l’erasmus. Da questa popolazione super civile e attenta agli altri ho portato a casa tantissimo, mi sentivo al mio posto e stavo molto bene. Il terzo luogo, più recente, è stato Korogocho che è una baraccopoli di Nairobi, in Kenya, l’ultima esperienza prima di iniziare a lavorare ed emotivamente la più forte di tutti: è molto impegnativa come situazione.

Cosa si può fare concretamente per sostenere lo sviluppo di queste realtà?

Dipende, se si vuole far qualcosa in prima persona, ci si può addentrare studiando tanto ed entrando a far parte del mondo della cooperazione che ha tantissimi ambiti di applicazione, dall’area del sostegno a distanza, alla raccolta fondi, di comunicazione. Oppure in prima persona si può partire come volontari, e sono esperienze che hanno cambiato la vita. Non è una cosa per tutti, bisogna sentirsi dentro la scintilla che fa dire “fa per me”. Adesso sono quasi viaggi che vanno di moda, spesso possono fare del male anche a te come persona se non vai sufficientemente preparato o volenteroso. Le motivazioni possono essere tante, c’è chi lo fa per altruismo, io, ad esempio, l’ho sempre fatto più per un senso di giustizia: ho sempre visto delle grosse ingiustizie e ho vorrei cercare di ristabilire un ordine.

Purtroppo uno dei pregiudizi nel mondo delle adozioni a distanza è che non si sa dove finiscano realmente i soldi

Purtroppo ci sono stati casi di associazioni colte in questi scandali. Personalmente mi piace molto Fondazione Italia Uganda perchè cerca di combattere questo pregiudizio garantendo una totale trasparenza e tracciabilità in quello che fa. Un trucco per capire quanto è trasparente un’organizzazione è guardare quanto di quello che tu doni va direttamente ai beneficiari. Ad esempio, con Praise noi siamo riusciti a fare in modo che il 100% di quello che viene donato vada al bambino: abbiamo i costi esatti di quanto al bambino serve per andare a scuola, per essere curato, avere il materiale. 

Questo sostegno è diviso in più progetti?

Fondazione fa tante cose diverse, il sostegno a distanza è una piccola parte che ci aiuta a portare avanti l’ambito educativo, una delle nostre tre aree di intervento insieme all’area salute: abbiamo costruito un ospedale a Kampala e ogni due mesi gli operatori escono dalle mura e vanno nelle baraccopoli creando degli ospedali da campo. La terza area è formazione e lavoro, abbiamo il progetto CAR – Charity Autonomy Resilience con il quale cerchiamo di creare delle attività di microimprenditoria che possano rendere indipendenti i beneficiari del progetto. Il nostro obiettivo principale è un giorno salutare tutti perché li abbiamo resi indipendenti.

Se dovessimo riassumere in tre punti cardine che fanno differenziare Fondazione Italia Uganda, quali sarebbero?

Investire sui giovani, trasparenza, dialogo. Tutto è possibile solo grazie al dialogo con i nostri partner Ugandesi: in Uganda sono solo ugandesi a lavorare nel pratico, siamo dentro ad una struttura chiamata Trust della quale facciamo parte noi e due enti di diritto ugandese.

Il programma “Leader del futuro” ha proprio l’obiettivo di formare i giovani affinchè un domani possano prendere in mano da soli le proprie comunità e portarle verso lo sviluppo. 

www.fondazionaitaliauganda.orgwww.praiseug.org

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