27 - Mario Moroni

Mario Moroni

@mariomoroni

Imprenditore digitale e creatore di contenuti.

Raccontaci chi sei

Velocissimamente: la prima startup, che ho pubblicato nel 1999, era un portale di musica rivolta a chi voleva suonare in giro. Da 20 anni bazzico nel mondo del digitale e per fortuna non mi sono dedicato solamente al mondo delle startup ma ho lavorato anche per Nestlè, per Giochi preziosi e altre realtà. Poi da qualche anno mi sono lanciato in quello che è il mix dei miei due mondi: quello della comunicazione tradizionale o digitale e il mondo dell’intrattenimento. 

Però sei anche uno scrittore…

Esatto, “Startup di merda” è il mio terzo libro, quello che ha avuto più successo a livello nazionale perchè è un libro con titolo provocatorio, ma che dovrebbe aiutare gli startupper a non fare startup di merda.

È stato il primo libro critico in Europa sul mondo startup e ne sono fiero: ho intervistato più di 300 startup nella mia carriera radiofonica e ho trovato tutte quelle cose che gli startupper avrebbero dovuto non fare ma che invece hanno fatto. 

Ma quante storie hai incontrato?

Solo per il libro 300 ma in realtà sto continuando ad incontrarne, potrei fare nuove edizioni del libro, però mi fermo! 

Hai già un altro libro in cantiere?

Non ancora, c’è l’idea di proseguire questo progetto che è nato come blog fino a diventare libro ed audiolibro con la voce di Riccardo Mei di NatGeo. Sto già ragionando ad altri progetti, ma non sarà un libro.

Qual è stato l’errore peggiore che ti è stato raccontato da una startup?

Sono i soliti direi: dall’ avere aperto una startup come il proprio partner, ad avere chiesto i soldi di famiglia, che è un altro tema che tratto spesso anche su LinkedIn. 

Ma se i familiari ti vogliono offrire dei soldi quindi bisogna rifiutare?

Il punto è che la startup è finanziata con capitali di rischio, mentre i capitali della classe media italiana sono dei capitali di risparmio, con quindi un’altra tipologia di scopo. I capitali di rischio che investi in una startup sai benissimo che entro tot mesi sono bruciati e così ne arriveranno altri in termini di capitali. Chi vuole partire con la propria startup deve trovare dei soldi da investitori o autofinanziarsi con i clienti, senza toccare i soldi di famiglia. 

Manca ancora nel 2020, purtroppo, la conoscenza di cosa significhi fare impresa e fare startup. La comunicazione, che il tratto di cui mi occupo, è sicuramente una parte fondamentale ma non è la parte iniziale. Non lo è neanche l’idea, che è il 5% di cos’è una startup. Il 95% è l’esecuzione: se tu conosci i passi fondamentali, sai costi e rischi di un’azienda, sai gestire il tuo moltiplicatore per generare valore allora puoi agire ed eventualmente affidarti a dei mentor. Non è il marketing, però, che fa la startup. 

Ho letto che sei figlio di un mugnaio…

Esatto, sono nato in un paesino fuori Milano di dodicimila anime dove son tornato dopo molti anni tra Italia ed estero. La mia famiglia fa questo mestiere artigianale dal 1800: mi piace tutto questo mondo del partire da cose non utili come il grano e trasformarle in qualcosa di utile ad altri. Questo è un po’ anche il mio mestiere: parto da un concetto molto semplice che è la comunicazione verbale o visiva e lo rendo utile ad aziende o personaggi che la sanno sfruttare. 

Quanto è importante l’artigianalità? É una parola che torna spesso nei tuoi discorsi

Tieni conto che oggi abbiamo tutti prodotti preconfezionati, anche a livello comunicativo. Esce TikTok e tutti all’interno con i filtri e il seguire il trend per avere un po’ di visibilità, che a volte non ci serve: spesso ci serve invece la capacità di entrare in contatto con i clienti giusti e non con tutto il mondo. Il saper fare da soli, senza l’aiuto di agenzie, il primo passo di capire cosa ti serve ti dà una grande posizione di vantaggio. Io ad esempio sul mio podcast continuo a sperimentare, è un po’ il mio laboratorio, come le dirette. 

È una grande opportunità il poter perdere tempo e capire giorno per giorno la strada giusta per te, non per il sistema o la visibilità dei social.

È un ossimoro secondo te dire “l’artigiano digitale”?

Sì, secondo me il digitale è uno strumento, il lavoro è un’altra cosa. L’unica cosa che ci interessa sono comunque i risultati, delle cose oggettive, dei KPI. Io uscirei un po’ dalle etichette, io stesso mi definisco imprenditore digitale ma non saprei bene come definirmi. 

Ma parliamo un po’ più di Mario: quali sono i tre luoghi fondamentali nella tua vita?

Il mulino è certamente il primo, perchè c’è l’inizio e il presente. La seconda è la provincia a nord di San Francisco, dove ho avuto la fortuna di conoscere Ferlinghetti con il mio secondo libro. Nel 2006 ho lavorato in quel contesto, per la prima volta da solo ed era veramente il luogo dell’innovazione digitale al tempo, il mondo di Google, di Facebook. Ora il mondo startup secondo me non è più nella Silicon Valley, se fossi un ragazzino startupparo oggi non andrei lì. Trovo molto più interessante il Sud America o l’Asia per fare un’operazione del genere, ma è più difficile rispetto a prima trovare le occasioni vere per startupper: tutti parlano di fare innovazione ma poi ci sono tante situazioni di accelerazione mascherate con altro. 

Il Cile però, ad esempio, ha un programma “startup Cile” che permette di avere 40mila dollari cash immediatamente se si assume almeno per un periodo anche solo un cileno e la startup la si apre lì. Purtroppo questi paesi sono ancora fuori dal mondo della comunicazione.

Il terzo posto è Berlino: ho organizzato due festival musicali con la mia prima startup ed è stato il primo progetto che ho seguito in prima linea, che mi ha fatto capire che il digitale poteva funzionare. L’idea era semplice: tramite un’estrazione sul sito potevi vincere un viaggio milano-berlino con le band del festival.

Daresti un altro consiglio alle startup?

Fare personal branding, non come azienda ma come nome e cognome che porta avanti la causa di una startup. Innanzitutto perchè nella vita è possibile che si facciano più startup e se si investe tutto il personal branding in una, poi un giorno c’è il rischio che si debba iniziare da zero. Si diventa anche più riconoscibili agli investitori. La voce è fondamentale: la dialettica fisica è il plus che serve in un periodo in cui tutti ormai sanno fare comunicazione a livello digitale. 

www.mariomoroni.it

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