29 - Federico Clapis

Federico Clapis

@federicoclapis

Artista contemporaneo e creatore del movimento Deep Scrolling

Oggi abbiamo un personaggio che è non solo del mondo digitale, è un artista! Vuoi raccontarci chi è Federico?

È sempre il compito più arduo! Io oggi sono un artista contemporaneo, ho iniziato a fare arte 11 anni fa, non sapevo come avrei potuto venire fuori e così ho iniziato ad esplorare il web. Quando ho capito che i social potevano essere il futuro dell’intrattenimento, ho iniziato a imparare a produrre, montare, girare e scrivere video e ho iniziato 5 anni di carriera da cosiddetto content creator, youtuber, web stars o instagrammer come vuoi chiamarlo. In questi 5 anni ho raccolto tanti followers in modi diversi e su piattaforme diverse, con contenuti diversi per piattaforma. Poi 4 anni fa ho dato l’addio per convertire tutte le mie fan base sulla verticalità della mia attuale professione che è l’arte. 

Quali sono i tre luoghi che hanno fatto sì che oggi tu sia l’artista?

Il primo luogo è Milano in cui sono nato e cresciuto e comunque anche per inclinazioni familiari sono sempre stato vicino all’arte in qualche modo, snobbata fino ai 21 anni. Milano mi ha sempre dato tanto, ho iniziato a lavorare a 14 anni come organizzatore di eventi del sabato pomeriggio per ragazzini e puntavo all’indipendenza. 

Da lì ho aperto le mie prime società, poi a 22 anni ho messo Milano città tra parentesi, ed è diventata solo casa mia, luogo dove mi sono rinchiuso per esplorare l’arte e comprendere il web. Per anni ho vissuto chiuso in casa a capire algoritmi e cose digitali. Quindi il secondo luogo è più virtuale ed è stato quello che mi ha fatto capire come parlare a tutto il resto d’Italia.

Successivamente dopo un po’ di successo digitale ho girato un film le ultime scene erano girate a Los Angeles e da lì sono andato a New York a trovare un amico pittore, Simone Fugazzotto e dopo quel viaggio sono tornato. Ci tornerò a breve con un’installazione. Quando sono tornato in Italia ho capito che dovevo dare l’addio, ho quindi fatto tutte le cose burocratiche legate alla promo del film e appena finito ho dato l’addio e convertito tutto sui social. Siamo tornati in quella terra di mezzo virtuale che oggi è comunque almeno ancora un 50% della mia vita.

Hai toccato una serie di cose che volevamo chiederti, la prima sicuramente il discorso degli addii: in chiave artistica e un po’ romantica però il chiudere il cerchio ti dà poi la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo..

Sicuramente, succede anche in molte micro fasi del mio lavoro e per fortuna restano circoscritte all’interno del settore arte. La tendenza di voler fare sempre tante cose è rischiosa e l’arte invece ti dà la possibilità di esplorare tanto pur rimanendo circoscritto alla tua profilazione. Anche dentro al mio lavoro di tutti i giorni ci sono degli addii: una serie, una produzione, ha comunque un suo romanticismo interno.

Invece a proposito di essere artista ma restare anche con il tuo passato molto più digital hai creato un movimento artistico digitale..

Sì, ormai un anno fa ho creato Deep Scrolling, un movimento artistico sociale che dovrebbe portare un po’ di consapevolezza sull’utilizzo dei social. Ti invita a defolloware il superfluo e a seguire solo chi posta arte su Instagram, ad esempio. Ha avuto il suo culmine in Triennale in cui abbiamo fatto la Deep Scrolling Experience: c’erano tutte le mie opere e gli psicologi che parlavano del rapporto con la tecnologia. All’inizio Deep Scrolling doveva essere solo un hashtag, poi dopo un mese abbiamo aperto il profilo perchè gli hashtag sono belli ma durano poco. All’interno del profilo raccontano la storia dell’arte, i maestri della storia dell’arte attraverso le stories dell’arte. Si tratta di un format molto carino che arriva alle persone, soprattutto a chi non si è mai interessato d’arte, attraverso lo strumento e il linguaggio appropriato allo strumento. Adesso sto cercando nuovi volontari ed una persona che voglia diventare il volto Deep Scrolling 2020.

Un’altra cosa è il processo creativo. spesso ci viene chiesto, anche come agenzia, ma come funziona il processo creativo? Tu lo racconti sempre come un unire i puntini..

Fondamentalmente penso non sia nulla più di quello. Io, ad esempio, ho un amico che ha un’agenzia creativa e anche quando viene da me e vuole fare brainstorming ha il suo metodo: si mette il computer sulle ginocchia e si segna tutto quello che dice. Poi dipende da persona a persona, lui si fa tutto uno schema e questa forse è la versione più professionale e più studiata per fare creatività. Io sono tutto istinto, più un processo da machine learning. Poi tante cose hanno anche una gestazione produttiva lunga, modifico il progetto spesso e volentieri. 

Il rapporto con le tue opere, vista la tematica, è un po’ conflittuale? 

I miei lavori si dividono in due filoni: quelle iconiche e più comprensibili ai più, più narrative e che comunque amo e quelle un po’ più criptiche e tradizionali per il mondo dell’arte contemporanea di oggi. È chiaro che tra quelle iconiche, la più iconica è quella che ti caratterizza, quella nella quale ti riconosci. Io stesso da questa cosa non ci scappo: il timbro della mia autentica, il timbro a secco e il timbro ad inchiostro sono un outline del baby drone. Non ho paura del personal branding e del brand Clapis. Io parallelamente vado avanti a fare anche altro di più estremo. Il management è sicuramente una parte fondamentale.

Infatti tu non ti sei posto come artista che sta in alto, inarrivabile ma cerchi sempre di coinvolgere la tua community. Che rapporto hai con loro?

Per me è molto importante leggere i commenti e far commentare le persone, sia per mero engagement che per il processo che possa attuarsi un’autoterapia attraverso le opere. Questo avviene sia con le opere più esplicite, che con le opere più criptiche, cosa che non mi aspettavo. E poi le poche volte che faccio eventi fisici mi rendo conto che è proprio bello avere un rapporto reale con la community, poter abbracciare quelli che vengono senza dover misurare le metriche dei social dall’ engagement alla viralizzazione. È l’unico momento in cui trovo ci sia effettivamente un rapporto con la community.

Quando è stato il momento in cui hai proprio realizzato che stava funzionando la strategia che avevi creato?

2015, quando c’è stato l’addio. Sono nati gli “Actor on canvas” che erano le mie scansioni laser che diventavano dei piccoli soggettini e andavano su tela. Prima di quelli, anche dal punto di vista espressivo, non c’era stata una cosa che era di quel livello. Poi la maturazione espressiva è andata di pari passo con la saturazione mediatica, ed è andata bene. 

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